LA NORMALITÀ TANTO CERCATA E SUBITO PERDUTA


di Davide Rondoni

Precipita sui nostri cuori ancora un grande “perché?”. Nel giorno in cui finalmente si doveva per molti, comprese le povere vittima di Stresa, tornare a una specie di vita normale dopo un anno e mezzo di blocchi, chiusure, ecco il paradosso. Il presunto ritorno a una vita normale, fatta di uscire, gite, turismo, coincide con una notizia terribile. Come se il Cielo avesse deciso di mandarci un terribile avviso: non basta vivere “normalmente” occorre chiedersi il perché si vive, si muore, si esite, si ama.

Ogni volta accade una cosa del genere possiamo voltarci da un’altra parte oppure chiederci ancora più profondamente: perché? E non solo “perché” queldannato cavo è ceduto, per quale caso o incuria. Ma anche e soprattutto “perché” la vita, la morte, perché questo paradosso di volare e anche precipitare, perché questo desiderio di gioia e questo limite terribile che ci tocca sperimentare.

Non fare questo lavoro di domanda, di scavo, di meditazione, sarebbe la prima mancanza di rispetto alle vittime. Sarebbe consegnarle in modo asettico, scalfito solo da breve commozione, al novero infinito delle vittime. Se non ci chiedessimo il perché profondo, tratteremmo la morte la loro morte in modo superficiale. Invece, proprio quando ci prende così in controtempo, quasi che tendesse agguati alla nostra banale idea di tranquillità, di salute, di vita normale, bisogna guardare il mistero. Ficcare i nostri occhi dentro a questo smarrimento. E urlare: “Perché?”.

Tutta la bellezza della natura di quei luoghi incantevoli tra Stresa, il lago, l’Isola Bella, il monte Mottarone, non potrà rispondere al nostro grido. Ne’ troveremmo un indizio se indagassimo per filo e per segno la vita delle vittime. Ma un indizio c’è: un poeta stava lì a Stresa, Clemente Rebora. Indagò per tutta la sua tormentosa vita il mistero. Aveva la “mania dell’eterno” e, laicissimo, scopri’ non un “perché” astratto ma la croce.

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