La Sicilia è stata la barriera fra Battiato e me Nel parlarvi di lui ho come una fitta al cuore, un complesso di colpa By Giampiero Mughini

ERNESTO S. RUSCIO VIA GETTY IMAGES

ROME, ITALY

Ieri sera a fine serata avevo appena finito un lavoro, ero stanco. Cadesse il mondo volevo tuttavia finire la giornata con una specie di atto dovuto, con un omaggio seppure da lontano e impalpabile al grande artista siciliano Franco Battiato della cui morte avevo letto tutto il giorno, a cominciare dagli splendidi articoli che gli avevano dedicato Aldo Cazzullo e Giuseppe Pollicelli, l’autore di quel docu-film su Battiato che ha per titolo The Temporary Road il cui cd tengo a portata di mano sul mio tavolo di lavoro.

E dunque ho acceso il mio impianto stereo e ho messo su uno dei dischi di Battiato, il più venduto di tutti ma non certo il più importante di tutti, La voce del padrone. Sono anni che me ne faccio un dovere di comprare i suoi dischi in prima edizione, innanzitutto quelli sperimentali e bellissimi dei suoi debutti, quando la veste grafica delle copertine di quei vinili gliela inventava il geniale Gianni Sassi. Quello che per conto della Busnelli (un’azienda specializzate negli arredi d’interni) aveva ideato un poster promozionale dove un fantasmagorico Battiato dipinto di bianco (come in quel momento andava in scena con il gruppo musicale degli Osage Tribe), e con addosso un paio di pantaloni a stelle e strisce alla maniera della bandiera americana che gli aveva prestato il cantautore Claudio Rocchi, se ne stava stravaccato su un divano prodotto dalla Busnelli e mentre sul poster troneggiava la scritta “Che c’è da guardare? Non avete mai visto un divano?”. La Busnelli non gradì affatto e sciolse il contratto con l’agenzia pubblicitaria di Sassi. Da quel poster Battiato vide invece decuplicata la sua popolarità.

Ve l’ho fatta lunga a dirvi che di un protagonista della migliore musica italiana del Novecento vorrei ben vedere che non tenessi in casa mia le opere. Pollicelli scrive che quanto alla storia della musica italiana arriverà il momento in cui Battiato verrà messo al rango di Antonio Vivaldi, non meno che questo. Solo che io nel parlarvi di lui ho come una fitta al cuore, un complesso di colpa. Perché il Battiato in carne e ossa nella mia vita l’ho appena sfiorato, mai davvero incontrato e frequentato, mai cercato come pure avrebbe meritato eccome. Ho il ricordo di un pranzo io e lui, una ventina di anni fa, in un albergo catanese dalle parti di Ognina dove lui e io eravamo ospiti per una vacanza. Ho il ricordo, e me ne vergogno, che in quel preciso momento non è che sapessi molto di lui, non è che li conoscessi e li avessi comprati i meravigliosi vinili apprestati da Sassi. Quello è venuto dopo. Più ancora. Quando seppi che gli era stato dato un incarico politico nel governo dell’Assemblea Regionale siciliana pensai che avevano messo l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. E difatti poco dopo lui pronunziò a voce alta delle tali sciocchezza per cui dové rassegnare le dimissioni da Assessore alla Cultura nell’Assemblea palermitana. Non è che lui mi deludesse per questo, nemmeno per idea. Mi confermava quello che era luce del sole, che lui non fosse un uomo di questo mondo reale che è il mio e il vostro. Lui stava nel suo di mondo, nel suo di paesaggio mentale, nel suo di concerto sentimentale. Che sia andato a cantare e suonare nell’Iraq di Saddam Hussein a me non faceva un baffo. Padrone di farlo. Naturalmente mi viene da ridere se qualcuno comincia a vivisezionare i suoi pensieri politici, cosa di nessuna importanza e di nessun rilievo rispetto alle sue strepitose pulsioni creative cui facevano da benzina le idee che lui si era scelto e si era dato. Era un pazzo, era un genio. Lo ha scritto Cazzullo…

>>>m.huffingtonpost.it/entry/la-sicilia-e-stata-la-barriera-fra-battiato-e-me

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