Elogio della lentezza…

Il cervello ama le tartarughe.

Saggi. «L’elogio della lentezza», il libro del neuroscienziato Lamberto Maffei, pubblicato dal Mulino, che attacca la bulimia tecnologica per salvare la meditazione e le ragioni (non necessariamente veloci) del pensiero.

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Delle tante macchine che caratterizzano la contemporaneità, una è in grado di rappresentare meglio delle altre la nostra condizione sociale ed esistenziale: il tapis roulant. Si corre, si fatica, si suda, magari sorridendo, ma alla fine ci si trova sempre allo stesso punto.

L’elogio della lentezza (Il Mulino, pp. 146, euro 12) di Lamberto Maffei, eminente neuroscienziato e presidente dell’Accademia dei Lincei, affronta in chiave critica e radicalmente umanista questo paradosso – uno dei più importanti della modernità – integrando in una prosa chiara e godibile, saperi scientifici, letterari e sociologici. La lentezza vuol dire sia vita buona che coltivazione del pensiero razionale, due valori del progetto e dell’utopia emancipativa del moderno oggi eclissati.
Tanto il poema di Goethe Faust (1808), nel quale l’omonimo scienziato, da anziano, dopo una vita di studio e sacrificio vende la propria anima a Mefistofele per avere in cambio «tutto e subito» (gioventù, sapienza e piacere), quanto il Manifesto del futurismo (1909), dove, un secolo dopo, leggiamo che ’la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo (…) è più bella della vittoria di Samotracia» rimandano, il primo intenzionalmente il secondo molto meno, alla tragedia della velocità – che la si chiami alienazione o sradicamento: l’inversione tra i mezzi e i fini, la tirannia del godimento e della tecnologia sulle donne e sugli uomini contemporanei. Da segno dell’emancipazione dalla miseria secolare, la velocità di una vita iper-tecnologizzata si rivela una gabbia di ferro: agiamo freneticamente con delle macchine che promettono di renderci felici, ritrovandoci invece ingranaggi spaesati di una macchina più vasta, quella del mondo globale.
Gli usi della tecnologia non sono però neutri: il potere economico e politico, oggi inscritti nelle dinamiche di sviluppo del capitalismo finanziario, li condizionano pesantemente. Nel suo libro Lamberto Maffei non utilizza argomentazioni moralistiche o nostalgiche per criticare tutto ciò: la sua base di partenza sono le acquisizioni delle neuroscienze e il modo in cui ci consentono di leggere il complicato intreccio tra natura e cultura. Con una sorprendente quanto illuminante denuncia: in un’epoca di vorace e retorico scientismo, la stessa scienza, con i tempi lunghi del metodo sperimentale e il valore centrale del progresso umano attraverso la conoscenza, rischia di essere soffocata dalla mercificazione della tecnologia, che passa per l’ansia di sfornare sempre nuovi prodotti per il mercato.
Nell’Elogio della lentezza viene innanzitutto mostrato come l’evoluzione della specie umana si leghi allo sviluppo del cervello, un organo caratterizzato da un’elevata plasticità: nei suoi limiti biologici, il cervello umano è in grado di plasmare se stesso in funzione degli stimoli ambientali, ove ambiente è sia la natura sia, e soprattutto, società e cultura. Partendo da ciò, e lontani anni luce dalle prospettive deterministiche del XIX secolo, le neuroscienze hanno trovato il fondamento della nostra individualità: ciascuno di noi è un singolo, risultato dell’interazione complessa della socializzazione e delle nostre «predisposizioni» genetiche. Ne deriva che siamo letteralmente plasmati da ciò che ci circonda e da questo insieme, a nostra volta, ci distinguiamo.
In questo processo evolutivo, alle risposte iperveloci, quelle dei riflessi e dell’azione «istintuale», propria anche delle altre specie animali, l’umanità ha gradualmente aggiunto lo sviluppo del pensiero e del linguaggio, tra loro strettamente connesse, e aventi principalmente sede nell’emisfero sinistro del cervello. Alla potenza di questa acquisizione evolutiva, cui si deve la stessa civiltà umana nel senso etico del termine, corrispondono i tempi lunghi dei suoi processi: il ragionare, l’argomentare, lo sperimentare su cui poggiano tutti i saperi e le scienze, richiedono uno sviluppo che sia nell’individuo che nella società, non può esaurirsi nell’istante della risposta istintuale.
Il mondo contemporaneo, sotto l’azione principale della tecnologia mercificata, incentiva comportamenti e moltiplica stimoli caratterizzati dalla crescente velocità di risposta che inverte il rapporto tra pensiero e azione. Data la plasticità del cervello, semplificando, le nostre menti si ristrutturano e le parti più evolute di essa tendono a retrocedere: come recita l’efficace titolo di uno dei capitoli del libro, alla bulimia dei consumi – che ci richiedono compulsività e poca meditazione razionale – corrisponde l’anoressia dei valori – cioè l’eclissi del pensiero razionale e della stessa scienza.
Tuttavia, non è tanto la possibilità, pur inquietante per quanto lontana, che ciò avvenga, quanto il fatto che – parafrasando Michel Maffesoli – questa nuova tribalizzazione del mondo e delle menti si stia verificando qui ed ora. Allontanandoci da ciò che ci rende più umani: l’elogio della lentezza è un appello al recupero dell’umanesimo, del mettere al servizio della realizzazione di una vita buona la conoscenza e la tecnica. Nel paradosso di Zenone, infatti, in una stessa pista la tartaruga (pensiero e meditazione) non potrà mai essere raggiunta da Achille (desiderio e forza). Lentezza e velocità devono così re-integrarsi, ma si tratta di una sfida irta di pericoli non sempre colti dalla riflessione di Maffei: in primo luogo, perché tutti i grandi sistemi ideologici del «secolo breve» hanno coltivato questo sogno, finendo in guerre e stermini di massa. In secondo luogo, perché il valore della lentezza rimanda inevitabilmente al suo essere contro-immagine del moderno stesso: il neo-tradizionalismo – anche come effetto perverso della cultura della nuova sinistra degli anni Sessanta e Settanta – con le sue inseparabili gerarchie ed autoritarismi, è dunque sempre in agguato. Coltivare il valore della lentezza vuol dire perciò prendere consapevolezza di questi rischi e agganciare saldamente questo valore ad un razionalismo scettico e non settario, in grado di dubitare anche di se stesso.

fonte: ilmanifesto.it

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