Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini

Nato a Torino il 15 febbraio 1927, Carlo Maria Martini entra nella Compagnia di Gesù il 25 settembre del 1944, a soli diciassette anni. Dopo il noviziato a Cuneo, studia filosofia a Gallarate e teologia nella Facoltà teologica di Chieri, dove viene ordinato sacerdote il 13 luglio 1952 dall’arcivescovo di Torino, cardinale Maurilio Fossati. 

febbraio 1980Nel 1958 si laurea in teologia alla Pontificia Università Gregoriana con una tesi sul problema storico della Risurrezione. Dopo aver insegnato nella Facoltà di Chieri, torna a Roma e, nel 1966, si laurea in Sacra Scrittura summa cum laude al Pontificio Istituto Biblico, dove diviene prima decano della Facoltà di Sacra Scrittura e poi rettore dal 1969 al 1978. In quello stesso anno viene nominato rettore della Pontificia Università Gregoriana.
Numerose le sue pubblicazioni scientifiche, tra le quali una traduzione italiana commentata degli Atti degli apostoli (1970), gli studi raccolti in La parola di Dio alle origini della Chiesa (1980) e soprattutto l’edizione critica, curata insieme ad altri specialisti di diverse confessioni cristiane, del diffuso The Greek New Testament (quarta edizione rivista, 1993). Predicatore di esercizi spirituali e attivo nel dialogo ecumenico e in quello con l’ebraismo, nel 1978 viene chiamato da Paolo VI a predicare gli esercizi spirituali quaresimali in Vaticano. scuola della parola
Il 29 dicembre 1979 Giovanni Paolo II lo nomina Arcivescovo di Milano e a gli conferisce personalmente l’ordinazione episcopale nella solennità dell’Epifania del1980. L’ingresso a Milano, dove succede al cardinale Giovanni Colombo, avviene il 10 febbraio dello stesso anno.
La sua prima lettera pastorale è dedicata a La dimensione contemplativa della vita e la prima iniziativa cui dà vita, nel novembre del 1980, è laScuola della Parola, per aiutare i fedeli ad accostarsi alla Sacra Scrittura secondo il metodo della lectio divina.
Durante il Concistoro del 2 febbraio 1983 viene creato cardinale dallo stesso Giovanni Paolo II. .Nel novembre 1986, in occasione del grande convegno diocesano ad Assago dal titolo Farsi prossimo, lancia l’iniziativa delle Scuole di formazione all’impegno sociale e politico, mentre nell’ottobre dell’anno successivo avvia una serie di incontri a due voci sulle “domande della fede”, ai quali dà il nome di Cattedra dei non credenti e che hanno una grande risonanza anche al di fuori dei confini ecclesiali.
Il 4 novembre 1993 convoca il 47° Sinodo diocesano di Milano, conclusosi il 1° febbraio 1995, mentre nel 1997 presiede le celebrazioni per il XVI centenario della morte di sant’Ambrogio, patrono della diocesi.
Rimane alla guida della diocesi fino al 2002. Più di un ventennio durante il quale la città vive tra l’altro gli anni di piombo del terrorismo e i rivolgimenti di Mani Pulite e si abitua a riconoscere sempre in lui il primo riferimento morale. Tutta la città, credente e non. Fa ormai parte della storia l’episodio della consegna di un arsenale di armi in arcivescovado da parte delle aloisianumBrigate Rosse.
L’impegno del cardinale Martini, divenuto durante i ventitré anni di episcopato una delle personalità più conosciute e rispettate della Chiesa cattolica, varca presto i confini diocesani e nazionali. Partecipa a numerose Assemblee del Sinodo dei Vescovi ed è relatore alla VI Assemblea generale del 1983, sul temaRiconciliazione e penitenza nella missione della Chiesa. Membro del Consiglio della segreteria generale del Sinodo dei Vescovi dal 1980 al 1990 e, successivamente, dal 1994 al 2001, è anche presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee dal 1986 al 1993.
Insignito di numerosi riconoscimenti accademici, nel 2000 diventa membro onorario della Pontificia Accademia delle scienze.
Vasta eco, al di là dei limiti territoriali della diocesi, hanno le sue Lettere Pastorali e i Discorsi alla città di Milano, raccolti in quindici volumi (1981-1994), mentre una larghissima scelta di testi suoi viene pubblicata nel 2011 con il titolo Le ragioni del credere. Molte delle sue pubblicazioni sono tradotte in diverse lingue e vengono lette nei cinque continenti, da credenti e non credenti.
L’11 luglio 2002, con la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Milano, riprende gli studi biblici e sceglie di vivere prevalentemente a Gerusalemme.
Nel 2008, a causa dell’aggravarsi del morbo di Parkinson, rientra definitivamente in Italia, risiedendo nella casa dei Gesuiti a Gallarate, dove muore il 31 agosto 2012.

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Intercedere: farsi carico dell’altro – cardinale Carlo Maria Martini

Dall’inizio desidero dirvi di non aspettarvi da me una lezione formale. 

Io sono troppo avanti negli anni per questo tipo di esercizio, e per molto tempo ho lasciato il regolare contatto con la letteratura scientifica.

Dunque, posso solo offrirvi alcuni pochi pensieri che mi aiutano nella preghiera quotidiana. Per questa ragione, pur tenendo come sottofondo l’intera problematica dell’intercessione, il mio preciso oggetto sarà la preghiera di intercessione.

Mi baso in particolare su due scritti che costituiscono la mia principale fonte di ispirazione: la Bibbia Ebraica o Tanach e il Secondo Testamento, chiamato anche il Nuovo Testamento.

Desidero iniziare con le parole di Gesù tratte dall’Evangelo di Luca (Lc 10,21): «Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agl’intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te».
Testi simili a questo si trovano anche nella Tanach, precisamente in Isaia 29,14: «Perirà la sapienza dei suoi sapienti e scomparirà l’intelligenza degli intelligenti», o in Isaia 19,11-12: «Certamente stolti sono i prìncipi di Tanis, i più sapienti dei consiglieri del faraone formano un consiglio stupido. 

Come potete dire al faraone: “Io sono discepolo dei sapienti, discepolo di antichi regnanti”? Dove sono dunque i tuoi sapienti? Ti annuncino e facciano conoscere ciò che progettò il Signore degli eserciti a proposito dell’Egitto».
Dietro a queste istanze vi è una opposizione: da una parte, il dotto e il sapiente che pretendono di capire e, dall’altra, i piccoli e i fanciulli che sono immagine del popolo pronto ad accettare le cose del regno di Dio con la semplicità di un bambino.

Nel suo duro linguaggio Paolo afferma: «Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo non conobbe Dio con la sapienza, piacque a Dio di salvare quelli che credono con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1,21).

1. Il sapiente e il dotto
Con questa distinzione in mente, consideriamo dapprima il sapiente ed il dotto. Penso che la preghiera di intercessione è tra le cose che queste persone sono inclini a considerare come insignificanti e persino assurde.

Anche noi a volte apparteniamo a questa categoria, quando pensiamo che la preghiera di intercessione rimanga come sospesa nell’aria senza produrre frutto, o quando la consideriamo di seconda classe, come devozionale, da compiersi semmai nei ritagli di tempo.

Certamente il dotto ed il sapiente non obbietteranno al primitivo significato latino del termine «intercedere», che è «camminare nel mezzo», pronto ad aiutare ciascuna delle due parti o ad interporsi in favore di una di loro. Potrebbero anche non obbiettare all’intercessione compiuta da una persona verso un preciso uomo o donna o gruppo di persone. Vi sono molti esempi in questo, nell’antica letteratura ed altrettanto nella Bibbia.

Là, ad esempio, Giuseppe domanda al capo dei coppieri del re d’Egitto di ricordarsi di lui quando costui sarà uscito di prigione ed a parlare in suo favore al Faraone (Gen 40,14) (il capo dei coppieri dimenticò poi di compiere ciò quando fu liberato e reintegrato nel suo lavoro!).
Un uomo ed una donna possono parlare a nome di un altro uomo, o donna che sia, ad una terza persona affinché quest’ultima cambi i propri progetti e una sapiente intercessione può aiutare a trovare e a compiere una giusta decisione o a rovesciare una decisione sbagliata.
Ma Dio non pone in essere decisioni sbagliate, e quindi, quando noi veniamo alla preghiera di intercessione (cioè «stare alla presenza di Dio per un’altra persona») domandiamo forse a Lui di intervenire e modificare la situazione di quell’uomo o donna? Qui il sapiente e il dotto pongono molte obbiezioni. Come può Dio essere mosso a cambiare il suo modo di pensare e correggere una decisione sbagliata? La mente di Dio non è forse immodificabile dall’inizio?
Notiamo che questa obbiezione può essere portata a riguardo di ogni preghiera di petizione, ma essa diventa molto forte nel caso dell’intercessione, che è preghiera di petizione per altri. Infatti Dio generalmente dona un aiuto con la libera collaborazione della persona interessata. Quale può essere allora il senso dell’intrusione di altre persone? 

  1. I piccoli
    Ma contro il sapiente e il saggio stanno i piccoli, che ricevono dall’alto il dono dell’intercessione e danno grande valore a questo atteggiamento che è lo stare davanti a Dio per altri.

Esso è presente in molti esempi biblici, da Abramo che pregò per scongiurare la punizione di Sodoma (Gen 18,22-32), a Mosè che intercedette per l’intero popolo di Israele (Es 32,11-13), ed anche per un solo individuo come sua sorella Miriam (Nu 12,13); da Samuele che, nonostante l’avvenuta rottura col popolo, promise di continuare ad intercedere per esso (1 Sam 12,23), a Davide che pregò per la vita di suo figlio (2 Sam 12,16-17); da Amos che pregò il Signore Dio di perdonare Giacobbe perché “egli è così piccolo” (Amos 7,1-6), a Geremia che disse al popolo di pregare per il benessere della città in cui erano stati deportati (Ger 29,7) e così in molte altre situazioni.

Se noi potessimo considerare anche la letteratura intertestamentaria, questi esempi si moltiplicherebbero.
Questa attitudine la sento personalmente di grande interesse perché, dopo molti anni dedicati allo studio e all’insegnamento e a un ministero pubblico, ho deciso di vivere gli ultimi giorni della mia vita qui, a Gerusalemme, in una incessante intercessione per i bisogni delle mie sorelle e dei miei fratelli della Chiesa di Milano, che ho avuto l’onore di servire come Arcivescovo per più di ventidue anni, e per tutto il mondo e specialmente per le persone con le quali vivo, ricordando le parole dell’apostolo Paolo: «I giudei prima, e poi i greci». La preghiera di intercessione è dunque la mia prima priorità, la mia principale quotidiana occupazione. Come allora io posso praticarla se è considerata insignificante ed anche assurda?
Penso che questa sera siamo chiamati ad entrare nel cuore dei piccoli e degli umili, nel cuore cioè della grande intercessione che abbiamo menzionato or ora, cosicché possiamo intravedere quanto essi hanno compreso del valore di questa preghiera. 

  1. Una rete di relazioni
    Parto dallo scritto di una giovane ragazza ebrea, Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943 all’età di ventinove anni.

All’inizio degli orrori della Shoah, quando ormai regnava confusione e terrore fra gli Ebrei in Olanda riguardo alla loro sorte, il giorno 11 di luglio del 1942 (quel giorno era Shabbat), ella scrisse nel suo Diario: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio».

E il giorno successivo, di domenica, ella scrive una lunga preghiera nel suo diario, oltre ad altri pensieri: «Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi… Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita? E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».
Etty Hillesum scrisse questa pagina quando viveva il difficile passaggio dall’ateismo alla fede e scopriva a poco a poco lo sconosciuto volto di Dio. Ma queste parole, che possono creare sospetto alle menti formate in teologia, contengono una grande verità: Dio vuole farci attenti al nostro prossimo. Dio vuole non solo chiamarci alla solidarietà, la quale è definita come «un accordo generale tra tutte le persone di un gruppo o tra gruppi differenti poiché hanno un comune scopo» (cf. Longman, Dictionary of Contemporary English). Dio vuole molto più di questo, egli desidera un reale interessarsi degli uni per gli altri, un aversi a cuore, ad immagine della cura di Dio per ognuno di noi. Egli è sempre pronto a porre ad ognuno di noi il primordiale interrogativo che fu posto a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?» (Gen 4,9).
Per questo il Signore spesso non mostra il suo volto, ma splende nell’aiuto dato ad un altro. Ciò è chiaramente espresso nella parabola dell’ultimo giudizio, nel vangelo di Matteo (25,31.46), dove il Signore dice a quelli che hanno aiutato il prossimo: «Tu l’hai fatto a me» (25,40).

Egli è presente in ogni opera amorevole, in tutti i gesti di perdono, nell’impegno di coloro che lottano contro la violenza, l’odio, la carestia, la sofferenza e via di seguito.
Come dice Sant’Agostino: «Non rattristatevi o lamentatevi perché nasceste in un tempo dove non potete più vedere Dio nella carne. Egli infatti non ti tolse questo privilegio. Come egli dice: Qualunque cosa voi fate ai miei fratelli, l’avete fatta a me».
Coloro che hanno il dono dell’intercessione vedono la luce di Dio nel volto di ogni essere umano. In altre parole noi possiamo dire che costoro considerano il mondo come una grande rete di relazioni (nel linguaggio dei computers il web), dove ciascuno è dipendente dagli altri.
Tutto ciò è espresso con forza nelle parole dello staretz Zosima, una delle figure chiave del capolavoro di Dostoevskij, I fratelli Karamazov.

Queste sono le parole di padre Zosima: «Amate il popolo di Dio. Noi non siamo più santi della gente del mondo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi fra queste mura, ma anzi chiunque è venuto qui, già per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto in se stesso di essere peggiore della gente del mondo e di ogni uomo sulla Terra? E quanto più a lungo vivrà un monaco fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto.

Poiché in caso contrario non valeva la pena che venisse quaggiù. Ma quando riconoscerà non solo di essere peggiore di tutta la gente del mondo, ma anche di essere colpevole di fronte a tutti gli uomini, sulla Terra intera, di tutti i peccati universali e individuali, solo allora sarà raggiunto il fine della nostra unione.

Giacché sappiate, miei cari, che ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente, per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra. Questa consapevolezza è il coronamento della vita di un monaco e anzi di ogni uomo sulla Terra.

Poiché i monaci non sono uomini diversi dagli altri, ma sono soltanto come dovrebbero essere tutti sulla Terra. Unicamente allora il nostro cuore si abbandonerà a un amore infinito, universale, che non conosca mai appagamento.

Allora ciascuno di noi avrà la forza di conquistare con il suo amore il mondo intero e di purificare con le proprie lacrime tutti i peccati?».
Ed egli così conclude: «Non siate superbi. Non siate superbi con i piccoli, non siate superbi nemmeno con i grandi. Non odiate chi vi respinge e disonora, chi vi ingiuria e calunnia. Non odiate gli atei, né i cattivi maestri e i materialisti, neppure i malvagi fra loro ? per non parlare dei buoni giacché ve ne sono molti di buoni, specialmente ai nostri tempi.

Ricordateli così nella vostra preghiera: “Salva, o Signore, tutti coloro per i quali nessuno prega, salva anche quelli che non ti vogliono pregare”.

E aggiungete anche: “Non per orgoglio ti prego, o Signore, perché anch’io sono un vile peggio di tutto e di tutti?”».
Certamente questa interdipendenza, questa profonda e necessaria interconnessione, per cui ognuno di noi è vincolato a tutti gli altri, è una profondo mistero spirituale, che sarà manifestato nella sua pienezza nell’ultimo giorno, quando la realtà di questo mondo sarà resa chiara a tutte le nazioni; quando?

Ricordando le parole del profeta Isaia?

Il Signore «distruggerà su questo monte il velo posto sulla faccia di tutti i popoli» (Is 25,7), allora noi potremo capire quanto tutto è stato tessuto e tenuto insieme dal Signore di tutti e che noi abbiamo formato insieme un grande web di relazioni reciproche.
Oggi noi siamo chiamati a riconoscere poco alla volta questa mutua appartenenza, che caratterizza tutti i nostri atti, secondo il comandamento: «Tu amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18).

Noi siamo chiamati ad osservare questo comandamento non solo attraverso le nostre azioni, ma anche nella preghiera di intercessione.

4. La preghiera di intercessione
Come spiegare ciò? Abbiamo visto che Dio stesso mostra nella Bibbia quanto egli abbia a cuore la preghiera di intercessione. Ma in questa preghiera noi non stiamo tentando di cambiare la mente di Dio.
Secondo la comune interpretazione teologica, il significato della preghiera di petizione e di quella di intercessione, non è di ottenere un cambiamento della volontà di Dio, ma di far sì che la creatura abbia parte ai doni di Dio.
Dio ci concede di desiderare quanto egli vuole donarci.
Ma noi abbiamo notato che vi è molto di più. Vi è il fatto di una mutua responsabilità, che deve essere espressa non solo attraverso l’agire, ma anche per mezzo della preghiera. Dio ci vuole gli uni per gli altri, egli desidera che mostriamo per gli altri interesse, compassione, carità, mutuo aiuto, amore in ogni cosa. Dio vuole creare una grande unità nell’umanità, attraverso l’essere gli uni per gli altri, come Lui è misteriosamente in se stesso un perpetuo dono di sé.
Così una piena comunione è realizzata tra gli esseri umani. Coloro che possono fare qualcosa per gli altri nel senso fisico, materiale, sono chiamati a farlo. Tutti gli altri sono invitati a unire la loro preghiera in una grande intercessione. Perciò la risposta soddisfacente riguardante la necessità della preghiera di intercessione sta nel mistero del piano di Dio, che vuole questa profonda comunione tra tutti i suoi figli. E Dio lo vuole perché egli è così, colui che dà se stesso, che ha cura degli altri, che li ama fino alla morte (cf. Gv 13,1).
Certamente l’intercessione presuppone che la persona che la compie sia accetta al Signore, sia in un certo qual senso suo amico, come è detto di Abramo, a cui Dio non volle nascondere nulla di quanto stava per fare (cf. Gen 18,17). L’intercessore è qualcuno che sceglie di vivere secondo il progetto di Dio, che spera fermamente che esso si verifichi anche negli altri. È una persona che ha cura realmente dei suoi fratelli e delle sue sorelle e desidera che essi vivano secondo la volontà di Dio. Perciò la presenza di molti intercessori è anche un mezzo per realizzare una comunità che corrisponda al piano di Dio e promuovere il lavoro di riconciliazione tra individui, popoli, culture e religioni e tra l’uomo e il suo Dio.
Queste sono alcune delle ragioni per cui mi sento inclinato alla preghiera di intercessione. Naturalmente so bene che la mia preghiera è molto povera, pigra, spesso piena di distrazioni. Ma non di meno la considero come un piccolo rigagnolo, che fluisce dentro il grande fiume che è l’intercessione della Chiesa e delle persone buone di tutta l’umanità.
Questo grande fiume di intercessione fluisce e si immerge, per me come cristiano, nel grande oceano dell’intercessione di Cristo, che «vive sempre per intercedere» a nostro favore (cf. Eb 7,25; Rom 8,34). Così la mia piccola intercessione è parte di un grande oceano di preghiera in cui il mondo viene immerso e purificato.
Lo stesso grande scrittore della fine del diciannovesimo secolo che ho citato prima, Dostoevskij, ci ha dato nello stesso libro una commovente descrizione della preghiera di intercessione. Lo staretz Zosima dice a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: “Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te”. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».

  1. Sommario in 6 punti
    Possiamo ora sintetizzare ciò che abbiamo cercato di dire.
    1. La preghiera di intercessione appare come un non senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza materiale e del frutto visibile.2. La preghiera di intercessione è un dono dello Spirito di Dio che lavora per l’unità del piano divino per l’umanità. Questa preghiera è pregna di significato e potente nella sua dinamica, specialmente nel campo della riconciliazione tra gli uomini e tra l’uomo e il suo Dio.

    3. La preghiera di intercessione è una conseguenza della legge della mutua appartenenza e della mutua responsabilità.
    Guarda all’unità del genere umano proponendo a ciascuno l’invito a partecipare alle difficoltà e ai drammi di ogni essere umano e a cooperare al piano di Dio per questo universo.

    4. La preghiera di intercessione non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona.

    5. La preghiera di intercessione è una espressione della struttura dell’essere. In essa il primato non è quello della persona che è preoccupata della propria identità e benessere, ma quello della persona-in-relazione, che è ha a cuore il bene-essere degli altri. In questo modo nasce un sistema di relazioni attraverso il quale alcune persone possono portare i pesi degli altri e soffrire per essi. Questa legge è molto misteriosa e perciò non sempre considerata, ma è uno dei pilastri del piano di Dio. Da questa struttura dell’essere deriva anche la possibilità e il valore di un vero dialogo interreligioso, dove ciascuno accetta di riconoscere non soltanto il valore dell’altro, ma anche di soppesare con pace le critiche che vengono fatte alla propria tradizione.

    6. Da tutto questo deriva la necessità e l’urgenza della preghiera di intercessione. Essa è necessaria perché corrisponde all’intimo dell’Essere divino e porta in questo mondo l’immagine del mondo a venire e del grande mistero che sarà rivelato alla fine dei tempi. È urgente, perché la necessità dell’umanità di superare oggi la violenza è terribilmente pressante e chiama all’azione tutta la gente di buona volontà.

– cardinale Carlo Maria Martini

 Lectio a Gerusalemme 20 gennaio 2008

O Signore, tu ci scruti e ci conosci – Cardinale Carlo Maria Martini

O Signore, tu ci scruti e ci conosci,

sai quanto siamo incapaci di comprendere il tuo e il nostro mistero.

Conosci la nostra incapacità

a parlare di queste cose con verità.

Ti chiediamo, o Padre,

nel nome di Gesù:

manda a noi il tuo Spirito

che scruta le profondità dell’uomo

e sa cosa c’è dentro di noi

perché ci renda capaci di conoscerci
come siamo conosciuti da te

nelle profondità del nostro male,

con amore e con misericordia.

Fa che noi guardiamo con occhio vero ciò che c’è in noi di peso,

opacità e opposizione a te;

fa che sappiamo guardarlo

nella luce misericordiosa

che viene dalla morte e risurrezione del tuo Figlio,

Gesù Cristo nostro Signore,

che con lo Spirito vive e regna con te per tutti i secoli.

Amen.

(+ – cardinale Carlo Maria Martini –)


 Se non si comprende che è male la corsa all’autonomia, al piacere sfrenato, alla droga, alla ricchezza, alla carriera, al potere, se non si coglie come, da tutto questo, derivi una tremenda disumanità, non si porrà mai fine all’oppressione e alle sofferenze degli altri. 

– – cardinale Carlo Maria Martini –– 

Da: “Geremia” Editore, San Paolo Edizioni

 È Dio che plasma una diocesi, che plasma la Chiesa e noi dobbiamo lasciarci modellare. La sua misericordia sa recuperare l’argilla ributtata nella massa fangosa per realizzare il capolavoro che vuole, per recuperarci al suo amore.  

– cardinale Carlo Maria Martini –

Da: “Geremia” Editore, San Paolo Edizioni

da: “Conversazioni notturne a Gerusalemme” . cardinale Carlo Maria Martini

Chiamo amore quell’esperienza intensa, indimenticabile e inconfondibile che si può fare soltanto nell’incontro con un’altra persona.
Non c’è quindi amore con una cosa astratta, con una virtù. Non c’è amore solitario. L’amore suppone sempre un altro e si attua in un incontro concreto. Per questo l’amore ha bisogno di appuntamenti, di scambi, di gesti, di parole, di doni che, se sono parziali, sono tuttavia simbolo del dono pieno di una persona ad un’altra.
Amore è dunque incontrare un’altra persona scambiandosi dei doni, è esperienza in cui si dà qualcosa di sé e c’è più amore quanto più si dà qualcosa di sé.
L’amore è un incontro in cui l’altro ci appare importante, in un certo senso più importante di me: così importante che, al limite, io vorrei che lui fosse anche con perdita di me. Uno scopre di essere innamorato quando si accorge che l’altro gli è divenuto, in qualche modo, più importante di se stesso. Per questo l’amore realizza qualcosa che potremmo chiamare un’estasi, un uscire da sé, dal proprio tornaconto: una sorta di estasi in cui io mi sento tanto più vero e tanto più autentico, tanto più genuinamente io quanto più mi dono, mi spendo e non mi appartengo più in esclusiva.

Ritengo che una scelta sbagliata sia preferibile a non scegliere affatto. 

Per paura delle decisioni ci si può lasciare sfuggire la vita. 

Chi ha deciso qualcosa in modo troppo avventato o incauto sarà aiutato da Dio a correggersi. Non mi spaventano tanto le defezioni dalla Chiesa o il fatto che qualcuno abbandoni un incarico ecclesiastico. 

Mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. 

Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti.


– cardinale Carlo Maria Martini –
da: “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, Mondadori, pag. 64

Il profeta (Gioele) rammenta agli anziani che devono trasmettere i sogni e non le delusioni della loro vita. Sono felice di poter sognare ora, qui a Gerusalemme, come Giacobbe che vedeva gli angeli salire e scendere sulla scala celeste. Oggi vedo molte persone provenienti da tutto il mondo e di diverse religioni. Fra loro sono gli angeli che possiamo incontrare qui in terra.

– cardinale Carlo Maria Martini –
da: “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, Mondadori


Mia madre era molto religiosa, ma senza bigotteria. 

Mio padre lo era meno, ma era un uomo integerrimo e con un forte senso del dovere. 

È ai miei genitori che devo le mie radici religiose e il rispetto per chi la pensa in modo diverso. 

Ma anche nell’incontro con altri credi ho conosciuto molti aspetti positivi e soprattutto molte brave persone.
Cercare Dio con sincerità e pronti a dargli noi stessi è per me molto più importante di un’esteriore professione di appartenenza religiosa.

– cardinale Carlo Maria Martini –

da: “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, Mondadori, pag. 79

Il silenzio – Cardinale Carlo Maria Martini

“Se in principio c’era la Parola e dalla Parola di Dio, venuta tra noi, è cominciata ad avverarsi la nostra redenzione, è chiaro che, da parte nostra, all’inizio della storia personale di salvezza ci deve essere il silenzio: il silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare. 

Certo, alla Parola che si manifesta dovranno poi corrispondere le nostre parole di gratitudine, di adorazione, di supplica; ma prima c’è il silenzio”. 

– Cardinale Carlo Maria Martini –

(Dimensione contemplativa della vita, 1980, n°10)

Dal silenzio di ascolto Gesù, uditore obbediente per eccellenza della Parola, ha indicato la via da percorrere verso la pienezza : “Nell’Eucaristia si rende presente e operante nella Chiesa il Cristo del mistero pasquale. 

E’ il Figlio in ascolto obbediente alla parola del Padre. E’ il Figlio che nell’atto di spendere la propria vita per amore, trova nella drammatica e dolcissima preghiera rivolta al suo “Abba” (cfr. Mc 14, 36; Lc 23, 46) il coraggio, la misura, la norma del proprio comportamento verso gli uomini.” (Ibidem n°15)

“Signore, donami la forza di tacere per umiltà, di tacere per prudenza, di tacere per fedeltà, di tacere per amore.”

– Wilhelm Muhs – 


Gli occhi sul mare 

E ora che il tempo

si è fatto breve
e il cuore si consuma
a trattenere la tua immagine
che sembra svanire lontano,
punto rincorso
all’orizzonte estremo,
ora che gli occhi
sono sul mare
come di chi saluta
pur se la vela è scomparsa,
come le pupille dei discepoli
perdute, sul monte,
in un cielo orfano
del volto,
ora so che anche per l’addio
di un pastore di chiese
può ferire e urgere
agli occhi la commozione
e dilatarsi
fino allo spasimare
delle vene dei polsi.
Sei scritto
come sigillo sul cuore
e sul braccio.
Hai amato queste strade
hai pianto
su questa città.
Ci lasci
-ed è testamento-
la lampada della Parola
e il pane del volto.

– don Angelo Casati – 

al mio vescovo
Carlo Maria Martini

(Luglio 2002)

Vivi il giorno d’oggi
Dio te lo dà è tuo, vivilo in lui.
Il giorno di domani è di Dio, non ti appartiene.
Non portare sul domani la preoccupazione di oggi.
Il domani è di Dio: affidaglielo.
Il momento presente è una fragile passerella:
se lo carichi dei rimpianti di ieri,
dell’inquietudine di domani,
la passerella cede e tu perdi piede.
Il passato? Dio lo perdona.
L’avvenire? Dio lo dona.
Vivi il giorno d’oggi in comunione con lui.

Cardinale Carlo Maria Martini e il Dubbio

C’è una voce in ognuno di noi che ci spinge a dubitare di Dio

«Ecco il senso della fede e la difficoltà di seguirlo sino in fondo»

Chi è per me Dio? Fin da ragazzo mi è sempre piaciuta l’invocazione, che mi pare sia di San Francesco d’Assisi, «mio Dio e mio tutto». Mi piaceva perché con Dio intendevo in qualche modo una totalità, una realtà in cui tutto si riassume e tutto trova ragione di essere. Cercavo così di esprimere il mistero ineffabile, a cui nulla si sottrae. Ma vedevo anche Dio più concretamente come il padre di Gesù Cristo, quel Dio che si rende vicino a noi in Gesù nell’eucarestia. Dunque c’era una serie di immagini che in qualche maniera si accavallavano o si sostituivano l’una con l’altra: l’una più misteriosa, attinente a colui che è l’inconoscibile, l’altra più precisa e concreta, che passava per la figura di Gesù. Mi sono reso conto ben presto che parlare di Dio voleva dire affrontare una duplicità, come una contraddizione quasi insuperabile. Quella cioè di pensare a una Realtà sacra inaccessibile, a un Essere profondamente distante, di cui non si può dire il nome, di cui non si sa quasi nulla: e tutto ciò nella certezza che questo Essere è vicino a noi, ci ama, ci cerca, ci vuole, si rivolge a noi con amore compassionevole e perdonante. Tenere insieme queste due cose sembra un po’ impossibile, come del resto tenere insieme la giustizia rigorosa e la misericordia infinita di Dio. Noi non scegliamo tra l’una e l’altra, viviamo in bilico (…).
Come dice il catechismo della Chiesa cattolica, la dichiarazione «io credo in Dio» è la più importante, la fonte di tutte le altre verità sull’uomo, sul mondo e di tutta la vita di ogni credente in lui. D’altra parte il fatto stesso che si parli di «credere » e non di riconoscere semplicemente la sua esistenza, significa che si tratta concretamente di un atto che non è di semplice conoscenza deduttiva, ma che coinvolge tutto l’uomo in una dedizione personale. Su questo punto, come su tanti altri relativi alla conoscenza di Dio, c’è stata, c’è e ci sarà sempre grande discussione. Per alcuni la realtà di Dio si conosce mediante un semplice ragionamento, per altri sono necessarie anche molte disposizioni del cuore e della persona (…).
È dunque possibile conoscere Dio con le sole forze della ragione naturale? Il Concilio Vaticano I lo afferma, e anch’io l’ho sempre ritenuto in obbedienza al Concilio. Ma forse si tratta della ragione naturale concepita in astratto, prima del peccato. Concretamente la nostra natura umana storica, intrisa di deviazioni, ha bisogno di aiuti concreti, che le vengono dati in abbondanza dalla misericordia di Dio. Dunque non è tanto importante la distinzione tra la possibilità di conoscenza naturale e soprannaturale, perché noi conosciamo Dio con una conoscenza che viene e dalla natura, dalla grazia e dallo spirito Santo, che è riversata in noi da Dio stesso.
Bisogna dunque accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo «il tuo volto, Signore, io cerco», e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze voglio cercare l’amato del mio cuore. L’ho cercato ma non l’ho trovato. Da poco avevo oltrepassato le guardie che fanno la ronda quando trovai l’amato del mio cuore…» (3,1-4). Ma per lui vale anche la parola che lo presenta come il pastore che cerca la pecora smarrita nel deserto, come la donna che spazza la casa per trovare la moneta perduta, come il padre che attende il figlio prodigo e che vorrebbe che tornasse presto. Quindi cerchiamo Dio e siamo cercati da lui. Ma è certamente lui che per primo ci ama, ci cerca, ci rilancia, ci perdona.
A questo punto, sollecitati anche dalle parole del Cantico «ho cercato e non l’ho trovato», ci poniamo il problema dell’ateismo o meglio dell’ignoranza su Dio. Nessuno di noi è lontano da tale esperienza: c’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere. Su questo principio si fondava l’iniziativa della «Cattedra dei non credenti» che voleva di per sé «porre i non credenti in cattedra» e «ascoltare quanto essi hanno da dirci della loro non conoscenza di Dio». Quando si parla di «credere in Dio» come fa il catechismo della Chiesa cattolica, si ammette espressamente che c’è nella conoscenza di Dio un qualche atto di fiducia e di abbandono. 

Noi sappiamo bene che non si può costringere nessuno ad avere fiducia. Io posso donare la mia fiducia a un altro ma soltanto se questi mi sa infondere fiducia. 
E senza fiducia non si vive (…). L’adesione a Dio comporta un’atmosfera generale di fiducia nella giustezza e nella verità della vita, e quindi nella giustezza e nella verità del suo fondamento. Come dice Hans Küng «che Dio esista, può essere ammesso, in definitiva, solo in base a una fiducia che affonda le sue radici nella realtà stessa».
Molti e diversi sono i modi con cui ci si avvicina al mistero di Dio. La nostra tradizione occidentale ha cercato di comprendere Dio possibilmente anche con una definizione. 

Lo si è chiamato
 ad esempio Sommo Bene, Essere Sussistente, Essere Perfettissimo… Non troviamo nessuna di queste denominazioni nella tradizione ebraica. 
La Bibbia non conosce nomi astratti di Dio, ma ne enumera le opere. Si può affermare che ciò che la Bibbia dice su Dio viene detto anzitutto con dei verbi, non con dei sostantivi. Questi verbi riguardano le grandi opere con cui Dio ha visitato il suo popolo. Sono verbi come creare, promettere, scegliere, eleggere, comandare, guidare, nutrire ecc. Si riferiscono a ciò che Dio ha fatto per il suo popolo. C’è quindi un’esperienza concreta, quella di essere stati aiutati in circostanze difficili, dove l’opera umana sarebbe venuta meno. Questa esperienza cerca la sua ragione ultima e la trova in questo essere misterioso che chiamiamo Dio.
D’altra parte ha qualche ragione anche la tradizione occidentale. Infatti tutte le creature hanno ricevuto da Dio tutto ciò che sono e che hanno. Dio solo è in se stesso la pienezza dell’essere e di ogni perfezione, e colui che è senza origine e senza fine. Tuttavia nel mistero cristiano la natura di Dio ci appare gradualmente come avvolta da una luce ancora più misteriosa. 

Non è una natura semplicemente capace di tenere salda se stessa, di essere indipendente, di non aver bisogno di nessuno. 
È una realtà che si protende verso l’altro, in cui è più forte la relazione e il dono di sé che non il possedere se stesso. 
Per questo Gesù sulla croce ci rivela in maniera decisiva l’essere di Dio come essere per altri: è l’essere di Colui che si dona e perdona.

– Cardinale Carlo Maria Martini – 

da: Il Corriere della Sera del 16 novembre 2007

Preghiera per l’Europa

Padre dell’umanità, Signore della storia,
guarda questo continente europeo
al quale tu hai inviato tanti filosofi, legislatori e saggi,

precursori della fede nel tuo Figlio morto e risorto.

Guarda questi popoli evangelizzati da Pietro e Paolo,
dai profeti, dai monaci, dai santi;
guarda queste regioni bagnate dal sangue dei martiri

e toccate dalla voce dei Riformatori.

Guarda i popoli uniti da tanti legami
ma anche divisi, nel tempo, dall’odio e dalla guerra.
Donaci di lavorare per una Europa dello Spirito
fondata non soltanto sugli accordi economici,

ma anche sui valori umani ed eterni.

Una Europa capace di riconciliazioni etniche ed ecumeniche,

pronta ad accogliere lo straniero, rispettosa di ogni dignità.
Donaci di assumere con fiducia il nostro dovere
di suscitare e promuovere un’ intesa tra i popoli
che assicuri per tutti i continenti,
la giustizia e il pane, la libertà e la pace.

– Cardinale Carlo Maria Martini – 

dalla rivista Il Cenacolo


Signore, Tu sei la mia lampada,

Ti prego, Signore
di rischiarare la mia lampada che è la
preghiera:
preghiera che fa fatica ad accendersi,
che non è splendente come vorrei.

Ti chiedo Signore di rischiararla
e però vorrei con più audacia,
fare mie le parole di Davide: tu sei la mia lampada.


Non voglio quindi preoccuparmi troppo

della mia preghiera nella certezza che tu sei
la mia lampada, il sole dalla mia vita.

Donaci, o Signore Dio nostro, di capire il mistero della preghiera.
Donami di coltivare la terra con umiltà e
semplicità di cuore, a imitazione della Vergine Maria.

(Cardinale Carlo Maria Martini)



La preghiera dell’essere – Card. Carlo Maria Martini

È necessario avere della preghiera una visione ampia, totale e inesauribile: la preghiera è una realtà di cui nessun uomo ha scrutato i confini; è un’ esperienza di cui nessun uomo ha varcato le ultime soglie. 
Siamo sempre in cammino, e più si va avanti più si scoprono orizzonti, più si cammina e più si avanza.
La preghiera, infatti, è essenzialmente un mistero e, come tale, viene da Dio creatore
 del cielo e della terra. 
Così ci spiega la bellissima esclamazione di sant’Agostino:«Ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te».
Da quando l’uomo è apparso sulla terra è incominciata la storia della preghiera; uomini e donne di diverse religioni si sono rivolti e si rivolgono in preghiera all’Essere supremo a cui danno nomi diversi. La preghiera è la risposta immediata che sale dal cuore della persona umana quando si mette di fronte alla verità dell’ essere.
Questo può avvenire in molti modi. Per qualcuno può essere un paesaggio di montagna, un momento di solitudine nel bosco, l’ascolto di una musica che fa dimenticare la realtà che ci circonda, che ci libera dalla schiavitù delle invadenze quotidiane, dalle cose che ci sollecitano continuamente; allora facciamo un respiro un po’ più ampio del solito, avvertiamo qualcosa di indefinibile che ci muove dentro, ci sentiamo pienamente noi stessi e, quasi istintivamente, eleviamo una preghiera: Grazie, mio Dio.
Ciascuno di noi, penso, ha sperimentato nella propria vita l’uno o l’altro di questi momenti. Forse in una serie di circostanze felici si è trovato a esprimere il ringraziamento a Dio traendolo dal fondo del proprio essere: è la preghiera naturale, la preghiera dell’essere.
Ogni nostra educazione alla preghiera parte quindi da un semplicissimo principio: l’uomo che vive a fondo l’autenticità del suo esistere, prova spontaneamente l’esigenza di esprimersi attraverso delle parole, mute o pronunciate, rivolgendosi a Colui che l’ha creato. Sta a noi cercare di favorire quelle condizioni che ci mettono in stato di autenticità, di cercare dentro di noi la voce misteriosa di Dio per ascoltarla e risponderle, di ravvivare il senso di gratitudine per il dono della vita, della creazione, di quanto di bello e di buono esiste nel mondo.
Non sarebbe giusto trascurare l’educazione alla preghiera dell’essere, perché questa ci aiuta a comprendere che la preghiera è una realtà misteriosa, ma facilissima, che nasce «dalla bocca e dal cuore dei lattanti» (cfr. Salmo 8,3), che sgorga quando la persona – il bambino, l’adolescente, il giovane, l’adulto, l’anziano – si pone di fronte a sé in condizioni di distensione, di calma, di serenità, di pace.
– card. Carlo Maria Martini – 



La preghiera esiste in noi in uno strato ancora più profondo della stessa fede. Dunque anche chi dice di non avere fede può pregare con intensità per averla.

– card. Carlo Maria Martini – 

Il carisma di Maria è lo sguardo confortante all’insieme del corpo ecclesiale, che la rende attenta per tutti i punti dolenti e pronta ad esprimerli, a provvedere avvisando chi di dovere, facendo intervenire altri.

– card. Carlo Maria Martini – 

“O gloriosa Vergine Maria, esaudisci tutti coloro che Ti invocano, sii vicina a tutti, tutti aiuta, tutti Ti sentano ausiliatrice nelle sofferenze e nelle necessità, tutti coloro che Ti credono Madre di Dio.

Specialmente la tua quotidiana e assidua preghiera difenda coloro la cui continua devozione Ti venera e sii memore in cielo, davanti al Figlio tuo nostro Signore Gesù Cristo, di chiunque è memore di Te in terra”.

Amen. Ave Maria!

– – Sant’Alfonso Maria de’ Liguori– 

Signore, Tu sei la mia luce: 

senza di te cammino nelle tenebre
senza di Te non posso neppure fare un passo, 

senza di te non so dove vado,
sono un cieco che guida un altro cieco.
Se Tu mi apri gli occhi, Signore, io vedrò la tua luce,
i miei piedi cammineranno nella via della vita. .
Signore, se Tu illuminerai, io potrò illuminare.
Tu fai di noi la luce del mondo.

– +Card. Carlo Maria Martini

Buona giornata a tutti. 🙂

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