Le volpi vengono di notte

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“Le volpi vengono di notte” di Cees Nooteboom

Titolo: Le volpi vengono di notteAutore: Cees NooteboomTraduttore: Fulvio Ferrari Edizione letta: Iperborea2010 pagine 160
Da qualche tempo qui, su la nostra Libreria, si parla del genere racconto in modo piuttosto entusiastico e anche chi ha lasciato un’opinione si è quasi sempre espresso positivamente sulla narrativa breve.La raccolta Le volpi vengono di notte dell’autore olandese Cees Nooteboom, letta nella primavera scorsa, mi ha totalmente stravolta: credo che mai mi sia capitato un libro che trasudi cotanta Bellezza e Poesia.
Le trame sono poca cosa, perché ciascuna storia è fatta dalle parole, dalle descrizioni, dall’indagine interiore: la prosa dell’autore è poetica, preziosa e ammaliante.La tematica che accompagna tutti i racconti è quella dell’assenza nelle sue varie accezioni, sia come lontananza che come cessazione della vita: l’uomo è nudo, messo davanti alla propria caducità, di fronte all’inconoscibile.Tutto è sublimato e potente, provvisorio e vago, melanconico. L’importanza del ricordare, per recuperare persone andate o per riappropriarsi del senso dell’esistere, emerge con una forza incredibile attraverso i paesaggi mediterranei che sono molto più di semplici ambientazioni: la voce di chi racconta si fonde con essi, in un’esperienza talvolta panica, più spesso in un tentativo di recuperare attraverso un’istantanea quello che non c’è più.E infatti fotografie, scorci paesaggistici, immagini fermate nell’eternità dell’immobilità sono l’altro filo che compone assieme le parti di questo libro.

Claude Monet, Cap d’Antibes (1888)

Il mare è una presenza costante e non troppo rassicurante, perché col suo moto ricorda la provvisorietà della vita: le coste liguri richiamano direttamente il Montale di Ossi di seppia(in Heinz, strepitoso racconto che ho sentito mio, della mia terra, in modo viscerale); la tempesta de Il punto estremo conduce verso l’abisso ma nello stesso tempo vivifica; la mollezza della laguna, decadente e crepuscolare, in Gondole sembra annullare il tempo, sembra…”Un tempo dal faro un sentiero scendeva all’insenatura dove il mare infuria giù in basso sotto di te. Ora è rimasta solo una vaga traccia perché non viene più nessuno, si fatica a camminare per via delle pietre insidiose. Non c’è niente a cui aggrapparsi, ma voglio arrivare fino al bordo, voglio penetrare in quella furia estatica. Mareggiare, ecco cos’è, guerra, pericolo. Grandi superfici grigie sollevate e scagliate contro gli scogli. Si levano in alto con uno slancio gigantesco e si svuotano poi all’esterno, come per prendere il volo. Sono molti i colori che si nascondono in quel grigio, ora è azzurrognolo e manda un bagliore falso, come petrolio, poi è di nuovo nero e opaco come un sudario. Rabbia, schiuma che batte contro gli scogli e sembra fermarsi per un attimo in verticale contro il cielo grigio, per poi tornare ad abbattersi e a scomparire nel nero che si ritrae per sferrare un nuovo attacco, ancora più selvaggio. Colpi di frusta, urla di giganti. È per questo che vengo, per quelle urla. In un primo momento mi manca ancora il coraggio – so che non c’è nessuno che mi possa vedere o sentire – ma poi comincio a rispondere alle urla.”da Il punto estremo

SinossiLa Liguria montaliana, Minorca, le coste spagnole, Venezia: i protagonisti di questi otto racconti si muovono tra città e isole del Mediterraneo, raccogliendo e ricomponendo frammenti di vite intense ormai perdute, cristallizzate nel ricordo, nel dettaglio di una fotografia. Ed è proprio dalla contemplazione di vecchie foto che i personaggi riprendono corpo e vita, come se quella scioccante “presenza di un’assenza” permettesse loro di trovare le vie del passato. Heinz, console onorario in un paesino ligure a picco sul mare, come un personaggio di Hemingway nato per perdersi, con la sua disperata vitalità, i suoi tuffi perfetti, i litri di gin contro la nostalgia, e il sogno di trasferirsi sull’isola di Tonga, dove si può con un passo superare la linea immaginaria che separa l’oggi dallo ieri. Paula, dalla bellezza sensuale e sfrontata, un tempo copertina di Vogue, insuperabile giocatrice d’azzardo di cui tutti si innamorano. Un critico d’arte che torna a Venezia dopo molti anni, alla ricerca del desiderio di quella ragazza americana dai capelli rossi e dagli occhi di ardesia che credeva di leggere il suo destino nelle stelle. Attraverso personaggi irrequieti, storie di amore, di perdita, di gioco e di nostalgia, la scrittura di Nooteboom asseconda le vibrazioni delle immagini, come se nelle divagazioni del pensiero si rivelasse quell’enigma inspiegabile che è la vita.Una sinossi perfetta – tratta dal sito ufficiale della CE Iperborea così come la biografia a seguire dell’autore – che rende appieno la magia dei racconti di questo scrittore olandese troppo poco conosciuto anche tra i lettori “forti” (quantomeno questo risulta dalle mieindagini).
Cees Nooteboom: Autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio, è ritenuto «una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei» (The New York Times), tradotto in più di trenta paesi e insignito di numerosi premi letterari, paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov. Nato all’Aia ed eterno viaggiatore, si è rivelato a soli ventidue anni con Philip e gli altri e ha raggiunto il successo internazionale con romanzi come Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire. Tra le ultime sue opere pubblicate da IperboreaLe volpi vengono di notteAvevo mille vite e ne ho preso una sola e Tumbas.
Segnalo la Postfazione di Marta Morazzoni, un piccolo e splendido omaggio alla raccolta. Se volete fare un’esperienza forte, leggete questa struggente Bellezza!

Cees Nooteboom at Literaktum, 2015

 fonte: la nostra Libreria: 

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